giovedì 24 maggio 2007

Antonio PORCHIA



Antonio Porchia, nasce a Conflenti (prov. Catanzaro) Italia il 13 novembre 1885, alle ore 06,40, in Via Roma,19. Suo padre commerciante in legname, muore nel 1900 all’età di cinquant’anni. Il poeta dirà più tardi: “Vedevo io un uomo morto. Ed io ero piccolo, piccolo… Dio mio,che grande è un uomo morto” Aggiungerà anche: “ Mio padre, andandosene, regalò mezzo secolo alla mia infanzia.”
Gli anni della infanzia e della adolescenza, trascorsi in Calabria, lasciano segni profondi nella formazione e nella sensibilità poetica di Porchia. Nel 1902, secondo quanto lui stesso scrive in una sua breve biografia, la famiglia, composta dalla madre e di altri sei fratelli minori ( tre maschi e tre femmine), emigra in Argentina.
Che cosa fa il futuro poeta in Argentina?
Studia e lavora per aiutare la famiglia. Intraprende svariate attività fino ad approdare all’avviamento di una moderna tipografia in società con due dei suoi fratelli.
Arrivano quindi momenti di prosperità e il nostro poeta può, finalmente,concedersi il lusso di dedicare più tempo alle sue letture preferite, alla coltivazione delle rose (passione che non lo abbandonerà mai) e alla contemplazione. Ha molti amici fra i personaggi importanti o che diventeranno importanti nella cultura argentina, come i poeti: Aldo Pellegrini, Oliverio Girondo, Norah Lange, Enrique Molina, Borges, E.G.Lanuza. Pittori come La camera, J.L.Manghi; L. Galtier, A. De Tomatis, Quinquela Martin. Lo scultore Badii gli fa un busto e lo espone nella galleria Van Riel di Buenos Aires.
Si suppone che conobbe anche Macedonio Fernàndez. Entrambi di difficile ubicazione nell’ambito della letteratura argentina, rappresentano due casi singolari non solo per la loro espressione poetica, lontana dalle tendenze più diffuse del momento, ma per la loro volontà di rispondere ognuno con la propria vita al pensiero essenzialmente poetico, “senza la poesia cos’è l’uomo?” s’interroga l’uno. “Senza l’uomo cos’è la poesia?” si domanda l’altro.
Scrive Roger Caillois:¹ “ Nel 1943 apparve in Buenos Aires la prima serie di VOCES, massime e pensieri di un artigiano tipografo chiamato Antonio Porchia, libro pubblicato da un ristretto numero di amici dell’autore… In quanto a me, m’impressionò tanto che decisi di tradurlo in francese e l’editore Gallimard lo pubblica. L’opera ottiene una buona diffusione e i giudizi della cultura francese sono lusinghieri. Andrè Breton, nel suo libro ENTRETIENS scrive: “ il pensiero più duttile di espressione spagnola è, per me, quello di Antonio Porchia, argentino, rivelato in Francia da Roger Gaillois.”
“Le Club International du Livre” candida Porchia al premio per poeti stranieri.
Fernand Verhesen, lo include tra gli autori selezionati per l’opera POESIE VIVANTE EN ARGENTINE.
Nel 1964, nel rispondere a una inchiesta di Rai-mond Queneau sul tema “ i libri della mia vita”, tra i cento libri di una biblioteca ideale, Henry Miller raccomanda VOCES.
Nel 1969, W.S.Merwin, pubblica l’opera integrale VOCES in versione inglese simultaneamente a Chicago e a Toronto. Prima ne aveva anticipato alcune traduzioni parziali nella rivista BAZAAR (giugno,1968).
La rivista di lingua tedesca HUMBOLD (N.32,1969), pubblica alcune traduzioni fatte da Federico Weinigen, in Italia, il poeta, purtroppo, è totalmente sconosciuto.
La chiave dell’esistenza di Porchia può essere riassunta in una delle sue voci: “ Sono arrivato a un passo da tutto. E qui mi fermo a un passo da tutto”. Porchia rimane infatti a un passo e allo stesso tempo lontano dagli applausi, dagli onori, dalla ricchezza, “Lontano dalla degradazione del livello di vita e dalla sovranità dell’oggetto.”²
Concludiamo con le parole del poeta “ Cominciai la mia commedia essendo io, il suo unico attore e la concludo essendo io,suo unico spettatore.”
Antonio Porchia muore nella località di Vincente Lõpez, provincia di Buenos Aires, il 19 novembre 1968.
Che cosa sono le VOCI?
Diremo con León Benarós che le VOCI non sono aforismi , né massime, né sentenze, né paradossi, ne pensieri… sono solo VOCI che giungono da “una qualche nebulosa lontana.”
Festa dell’ingegno, indubbiamente. Ma non si propongono l’ingegno, però sì la profondità. Non si vestono, anzi si svestono. Hanno una eticità profonda, ma non enigmatica, Esprimono un pensiero poliedrico, a volte sfaccettato. Ogni voce è voce per ognuno. Sono “opere aperte”, in libertà, esposte ai venti di molteplici interpretazioni. Il loro carattere fondamentale è l’universalità, senza eslusione del cosmico.
Il linguaggio delle VOCI è volutamente scarno e povero; impiega una sintassi non sempre ortodossa, ma necessaria. Le ripetizioni, non sono pleonasmi o in correzioni. Il tentativo di chiosare le VOCI sarebbe stato semplice pedanteria da parte del traduttore. Inoltre, esse sono talmente ricche di connotazioni che non hanno alcun bisogno di ornamenti accrescitivi. Prive di aggettivi sono pura sostanza. Al traduttore; solo il dovere di porre la massima tensione, per conservare, almeno in parte, le ricche luci dei suoi molteplici prismi.
Ci saremo riusciti?
Vincenzo capitelli

:¹- Roger Caillois, un mistico indipendente, diario La Prensa, Bs.As., 12 de febrero 1956.
² Octavio Paz, Los signor en rotaciòn, rivista SUR, Bs.As.,1956.
León Benarós, Antonio Porchia, hachette, Bs.As.,1988.